Oggi l’Architettura è tema centrale della giornata. Quell’architettura che rimanda al Movimento Moderno e al difficile rapporto che esso ha avuto con il nostro territorio.
A – Lungi da me sostenere il primato dell’architettura come esperienza ‘prima’ nell’attuale contesto globale. Le sfide oggi aperte dentro a questo contesto non v’è dubbio che debbano porre al centro questioni come ‘sostenibilità’, ‘surriscaldamento del pianeta’, ‘fame e carestie’, ‘guerre’. La disciplina dell’Architettura, però, non può certo separarsi o sentirsi separata da questioni globali di tale portata ed urgenza, visto che si occupa di costruzione del territorio e delle relative implicazioni che questo comporta.
B – Dentro ad ambiti di riflessione ed approfondimento culturale così generali di cui anche l’Architettura deve sentirsi parte in causa, essa può e deve costruirsi un percorso che tenga insieme 1) quelle questioni globali e 2) la propria specificità di disciplina che affronta la spazialità fisica e la necessità di riconoscere e affermare l’individualità propria di ogni contesto, che ha un suo vocabolario, propri mezzi espressivi, un proprio codice ben stratificato di valori e dunque anche il compito di concorrere al riconoscimento e alla valorizzazione delle esperienze più recenti dell’architettura il cui valore è ormai già consolidato.
C – Nella storia del 20° secolo della provincia di Sondrio la disciplina dell’architettura è una esperienza centrale, culturalmente d’avanguardia. Se, come è il caso dell’idroelettrico che esprime architetture di forte impatto nel paesaggio, nella parte iniziale del secolo scorso venivano ricercate connessioni con elementi linguistici presi a prestito da vocabolari antichi, a partire dagli anni ’30 i riferimenti diventano testimonianza di una ricerca d’avanguardia, collegata alle esperienze più avanzate del movimento moderno italiano ed europeo.
L’idroelettrico e i sanatori. Luisa Bonesio afferma però molto acutamente che per quanto riguarda il portato culturale costituito dall’idroelettrico e dai sanatori c’è da rilevare una dimensione del sentire locale piuttosto diversa da quella in cui si è “ … voluto credere di trovarsi per molti anni ancora …”. E’ vero, probabilmente ci si è immaginati di vivere per lungo tempo ancora una condizione non al passo con il portato culturale che certe operazioni di trasformazione del territorio avevano già assunto decenni prima. E uno degli argomenti che sollecita il lavoro di approfondimento – come è il caso anche della presentazione di questo testo e dei suoi contenuti - ha come fine quello di colmare quel gap culturale che necessariamente deve impegnare tutti i livelli locali che hanno responsabilità: di formazione, di programmazione e di gestione del territorio in Provincia. Solo dalla estrapolazione sopra compiuta si potrebbe portare la discussione su argomenti quali: la distanza tra l’Architettura espressa dal Morelli e il kitsch più o meno diffusosi a partire dagli anni ’60 (dal neobrionzolo al neotirolese); o la distanza tra la capacità di razionalizzazione dell’uso del territorio espressa dal Morelli e la dispersione incontrollata avvenuta sempre dagli anni ’60 in poi; o ancora la capacità di programmazione espressa da un lato e le difficoltà di coordinare con razionalità sempre nello stesso periodo successivo; o, ancora, la evidente non efficacia delle istituzioni preposte alla formazione delle competenze che hanno responsabilità a vario titolo nelle pratiche di trasformazione del territorio; quanto poco hanno saputo incidere visti i risultati (in primis l’Università).
Il Morelli. Bonesio, per inquadrare la vicenda architettonica del Morelli, fa luce su due aspetti che credo anch’io centrali: 1) la generale “… metabolizzazione nella percezione comune…” dei “… nuovi paesaggi tecnici …” (centrali, dighe condotte forzate); 2) “l’unicità” del caso ‘Morelli’ in cui “… il paesaggio dell’enorme insediamento sanatoriale, visibile anche a parecchi chilometri di distanza, è come se fosse stato rimosso dalla consapevolezza politica e collettiva, scorporato dalla sua contestualizzazione valliva, sostanzialmente non visto nella sua fortissima personalità architettonica e paesaggistica. Un ‘Moderno’ che rimane isolato e incompreso tanto negli anni dell’imbarbarimento edilizio generalizzato, quanto nella recente stagione di ripresa di consapevolezza sui temi della qualità edilizia, del valore del paesaggio, del recupero della memoria”.
Darko Pandakovich, descrivendo con intensità i tanti caratteri qualitativi del Morelli sostiene che “… non rimane nessuna memoria tra quanti gestiscono questo retaggio …” , e ancora Pandakovich “… Si ha la sensazione di un’epoca chiusa, di una civiltà diversa: infinite volte è successo nella storia che l’imporsi di un nuovo modo di sentire e guardare abbia disprezzato totalmente le opere della civiltà precedente. Ma forse non si tratta di questo, forse non è proprio in gioco un nuovo modo di sentire e guardare, forse c’è solo inconsapevolezza e al Morelli la maggior parte delle persone non ha neppure “guardato”, né sa di che cosa si tratti.”
Le argomentazioni che ho appena riportato vanno ovviamente oltre le descrizioni meticolose, ricche e a volte poetiche spese per la descrizione dell’opera architettonica e paesaggistica del Morelli (vedi Tognini), conducono alle serissime condizioni di salute del complesso di cui una grossa parte è in stato di abbandono, e ci pongono di fronte al grossissimo interrogativo di cosa sia possibile pensare per il rilancio, la valorizzazione, di un patrimonio oggettivamente così importante per ragioni che non voglio ribadire.
Non v’è dubbio che il ‘fuori scala’ costituito dal Morelli implichi, come già hanno ben sostenuto interventi autorevoli, coinvolgimenti e sensibilità che vanno ben oltre la dimensione locale. Solo con uno sguardo molto ampio è possibile agganciare opportunità significative e idonee. Sotto questo aspetto è fondamentale il contributo partito dalla professoressa Bonesio già da alcuni anni, che fa leva sul coinvolgimento di studiosi, istituzioni universitarie, orgnanizzazioni professionali, convegni di studio, mostre, pubblicazioni, utili:
1) per arricchire la conoscenza sul tema;
2) per diffondere consapevolezza tra i cittadini e le istituzioni;
3) perché solo attraverso i primi due passaggi è possibile reinventare un futuro per il Morelli adeguato al suo valore.
Voglio a questo punto portare due riflessioni.
La prima. Con il Morelli nasce una specie di ‘Sondalo 2′, con una separatezza fisica tra le 2 Sondalo necessaria in origine per le evidenti ragioni legate alla destinazione d’uso sanitaria di una parte. “… Contrapposizione di due mondi e due misure …” sostiene correttamente L. Bonesio. Ma questa separatezza che, almeno per la parte dismessa può non essere più necessaria per ragioni funzionali, avrebbe senso che fosse colmata? Avrebbe senso pensare ad un tentativo di “riconciliazione fisica” tra le 2 Sondalo? E, se così si ritenesse, perderebbe di senso un elemento identitario portante del bene (in quanto nato come struttura separata), o ne trarrebbe invece maggior vantaggio l’intero ambito urbano sondalino? E’ mia convinzione che la costruzione di uno spazio di relazione tra le 2 Sondalo aiuterebbe molto ad attrarre centralità verso monte, spostando il baricentro dell’intero ambito urbano, e ciò porterebbe grandi benefici a favore di una rivitalizzazione del centro antico. Il parco, da questo punto di vista, forse potrebbe assumere un ruolo importante.
La seconda. Sono convinto – e non solo io – che di fronte a temi di grossa rilevanza come quello in questione sia necessario muovere livelli istituzionali molto ampi, dalla Provincia alla Regione Lombardia, dal livello nazionale fino a quello europeo. Del resto la struttura nacque come il più grande sanatorio europeo e, visto il territorio che si scelse per la sua realizzazione, essa fu da subito un enorme fuori scala. Sono certamente da praticare forme di coinvolgimento non di ‘superficie’ di istituzioni universitarie e di istituti di ricerca, di fondazioni e di realtà associative che hanno scopi culturali ambiziosi. Resta però fondamentale il ruolo che deve svolgere l’istituzione locale più piccola e direttamente coinvolta: il Comune.
Io sono un sostenitore dell’unione dei Comuni, se si svolge per raggruppamento di Istituzioni riconducibili ad unità geografico-territoriali che hanno un senso. Nella realtà italiana fatta di una miriade di piccoli Comuni ci si scontra spesso di fronte a problemi la cui dimensione li sovrasta. Credo che l’istituzione più piccola deve oggi poter giocare partite importanti con un suo sufficiente peso specifico. Ecco perché ritengo che il sistema istituzionale dovrà per forza affrontare un processo di razionalizzazione: A) che gli darà più forza per affrontare le partite importanti; B) che non indebolirà ma anzi rafforzerà una vera e sana difesa delle identità locali, che riusciranno ha tracciare un proprio futuro di fronte a sfide particolarmente impegnative solo se le affronteranno in forme ‘aperte’, disponibili a confronti e contaminazioni. in riferimento all’ultimo punto è facile ricondursi ad una unità geografico-territoriale che contiene vicende di enorme rilevanza e dimensione tra cui un parco nazionale, un sistema termale e un sistema turistico-ricettivo che, con un balzo progettuale lungimirante, potrebbe a tutto titolo riproporsi, o rifondarsi, in un nuovo contenitore istituzionale minimo includente lo stesso ambito sondalino comprensivo della sua rilevanza architettonico-paesaggistica costituita dal Morelli.
Al contrario, sono invece i localismi e campanilismi di basso profilo che hanno costituito un terreno fertile alla svendita o alla dequalificazione del nostro territorio e quindi della nostra identità. La sequenza di capannoni che percorrono il fondovalle salendo da dopo Colico ne sono un esempio.
Per chiudere, riconducendomi alla affermazione iniziale in cui dico di intendere l’Architettura come disciplina che si muove dentro ad individualità da riconoscere affermare e valorizzare, ma anche parte di un sentire globale in cui una serie di principi etici sono condizione essenziale da condividere, faccio mio un principio espresso da Eric Ezechieli (presidente di the Natural Step ente no-profit che si occupa di sostenibilità a livello internazionale), anche se da me un po’ personalizzato, che dice: “Lo sviluppo riguarda gli uomini, poi anche i beni materiali”. Più è denso il carico di umanità possibile contenuta nelle “forme” di vita da proporre, da inventare (o da reinventare come nel nostro caso), maggiore è la ricchezza qualitativa che le forme costruite dall’architettura riescono ad esprimere.
E’ dunque importante rafforzare la presa di consapevolezza del valore del Morelli, è importante diffondere questa consapevolezza perché così possono nascere e crescere tanti contributi utili, ma è pure fondamentale attrezzarsi al meglio per essere al massimo efficaci. Certo le condizioni di abbandono di una sua parte impongono pure tempi di risoluzione contenuti.
