Il vento fa il suo giro – di Luca Fiocca
Luglio 14, 2008 di terraceleste
Qualche settimana fa mi trovavo per caso in Val Maira. Sapevo del film “Il vento fa il suo giro”, ma non avevo ancora avuto modo di vederlo. Dopo un’escursione mattutina, mi fermo per pranzo in una graziosa locanda occitana, uno splendido casolare in pietra ristrutturato da poco. Siccome ero solo, propongo al proprietario di farmi compagnia mentre mangio. Lui è uno di quei giovani che il vento ha riportato in montagna. Qualche anno fa, lui e la sua consorte hanno deciso di risalire i crinali della valle e di venire ad aprire una locanda nella vecchia casa del nonno falegname: «Il lavoro» mi dice «è stato lungo e dispendioso, ma ora siamo felici, non ci manca niente». Gli chiedo se non si sentano isolati dal resto del mondo e lui mi risponde: « Macchè isolati, non è più come ai tempi dei nostri nonni, ora con la macchina in trenta minuti siamo a Cuneo, e poi c’è internet, la tv. In verità la tv la vorrei togliere, la mattina quando mi sveglio, apro le finestre e quello che mi trovo davanti è molto meglio di qualsiasi programma. E poi a novembre ci prendiamo un mese per fare un viaggio in giro per il mondo, così quando torniamo è caduta la prima neve, l’inverno è la stagione che preferisco. Ci si sposta con gli sci, non per sport, ma per necessità: passare nei boschi, ascoltando il loro silenzioso rumore è un’emozione che non si può descrivere. Il resto della giornata, quando non ci sono clienti, la si passa davanti al camino a leggere».
Ha un’aria incredibilmente serena, nella sua voce e nei gesti non c’è fretta. Gli manifesto tutto il mio interesse per quelle case così perfette ed indifferenti allo scorrere del tempo. «Queste case» racconta «risalgono al medioevo, quando c’erano abbastanza pietre si chiamava la “rutaido” ovvero si chiamava a raccolta tutto il paese per costruire la casa, non si pagava niente e si usava quello che la terra dava; poi quando qualcun altro avesse avuto bisogno, ci si sarebbe scambiato il favore. Non era come adesso che devi chiamare le imprese edilizie per ristrutturare. E’ cambiato un po’ tutto, anche le persone sono cambiate, per capirlo guarda “Il vento fa il suo giro”. La gente di qui ci è rimasta male per come è stata dipinta, ma è la verità, sono proprio così, chiusi e sospettosi, anche se da qualche anno la situazione sta un po’ migliorando».
Appena sono tornato in pianura, sono andato a cercare il film e dopo due settimane di attesa, finalmente l’ho visto. Aveva ragione, i montanari non ne vengono fuori troppo bene, il confronto con i loro avi, considerati tolleranti e aperti verso l’altro, risulta impietoso. Dimenticate quindi lo stereotipo del buon abitante di montagna, immune alla corruzione del mondo e della modernità. La realtà che scopriamo è ben diversa. Una realtà incattivita ed inospitale con persone meschine e dimentiche della loro storia. Indicativa è l’esclamazione del sindaco, seriamente impegnato nel dare nuova vita al paese, che dopo l’ennesima lamentela, dice dei suoi concittadini: «Sembra che abbiano dimenticato il mestiere che facevano i loro padri». E il quadro risulta ancora più veritiero se si pensa che a dipingerlo è stato un abitante della valle, Giorgio Diritti, profondo conoscitore delle tradizioni e dell’antropologia occitana.
Durante il film assistiamo impotenti al suicidio di una comunità, che incapace di dare una risposta al suo fallimento, preferisce eclissarsi piuttosto che accogliere il nuovo venuto. Una comunità che dovrebbe specchiarsi nell’attività di pastore del protagonista e che, invece, si volta sdegnata. E’ come se dicesse, lasciateci morire in pace, chiunque voi siate, qualsiasi siano le vostre intenzioni, non venite a disturbare la nostra agonia. L’agonia di un paese che si ripopola solo per i mesi estivi come un qualunque villaggio turistico, e dove a farla da padroni non sono più gli abitanti reali della borgata, quelli che lasciano il loro sudore sulla terra, ma gli abitanti vacanzieri, occasionali e modaioli.
Alla fine però l’autore ci ricorda che «Il vento fa il suo giro, ed ogni cosa prima o poi ritorna»e per tanti che se ne vanno verso la caotica realtà della metropoli, alcuni ritornano, consapevoli della loro identità e pronti a ridare speranza a una montagna che non può vivere di solo turismo.
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Nel rapporto fra il “francese” e la comunità il problema più grosso è l’incapacità dovuta a scarsa umiltà del primo di adattarsi allle regole del posto. Con maggiore intelligenza, avendo comunque l’appoggio del sindaco e di altri locali, ce l’avrebbe fatta a fare qualcosa di buono per sè e per tutti.
Nessuno ha la verità in tasca. Per cambiare le cose ci vogliono tenacia e umiltà + capacità di accettare le ore grigie.