In questi giorni di mortificante campagna elettorale dovevamo assistere anche a questo. Il filosofo Domenico Losurdo, cui si devono importanti lavori sul revisionismo storico, sulla critica del liberalismo e l’ultimo fortunato studio sull’Impero americano, oltre che una monumentale e documentatissima opera su Nietzsche (dal discutibile impianto teoretico), ha creduto bene di prendere posizione circa le recenti proteste relative al Tibet. Ha lanciato una sorta di appello contro la campagna anticinese in difesa dei monaci tibetani, cui hanno prontamentamente aderito intellettuali di punta della sinistra italiana come Gianni Vattimo e Luciano Canfora. Che tutto questo accada, poi, alla vigilia del voto, non è che l’ennesima dimostrazione di quanto la sinistra ami farsi del male.
Leggi anche l’articolo di Domenico Losurdo e l’intervista a Gianni Vattimo
continua dall’articolo di Caterina Resta:
La gravità di questa presa di posizione, il linguaggio impiegato, l’assoluta incapacità di sbarazzarsi di vecchi arnesi concettuali e di logore chiavi di lettura, merita qualche sconsolata riflessione.
Nel testo Il Tibet, l’imperialismo e la lotta tra progresso e reazione, tratto da un volume del 2005, consultabile sul suo blog (domenicolosurdo.blogspot.com), la cui lettura vivamente raccomando, troviamo quanto ci basta per farci un’idea di come si possa giungere a tanto. Anche l’intervista con Vattimo, in fondo, sia nel linguaggio che negli argomenti, ne ricalca gli assunti di fondo (e ciò è ancor più stupefacente, considerata la sua diversa formazione culturale, forgiatasi attraverso importanti e certo non convenzionali letture del nichilismo di Nietzsche e di Heidegger che hanno fatto scuola).
In sentesi, secondo Losurdo, il Dalai Lama non sarebbe che un fantoccio al soldo della Cia e dell’imperialismo americano per contrastare l’ascensione del colosso cinese.
Losurdo si stupisce di come l’Occidente oggi possa giudicare favorevolmente quello che, a partire dall’Illuminismo, è sempre stato considerato come una oscurantistica forma di dispotismo orientale, con i suoi invincibili ancoramenti ad una tradizione religiosa, quale il buddismo tibetano, che si traduce in forme feudali e oppressive per il popolo. È pertanto necessario «rimuovere le infamie della teocrazia tibetana», la cui vera natura la si conosce solo attraverso i suoi efferati costumi – che neppure la rivoluzione culturale è riuscita a estirpare del tutto – i quali riservano per i ceti meno abbienti la barbara usanza di fare a pezzi i cadaveri e di lasciarli in pasto agli uccelli rapaci. A ciò si aggiunge il carattere nostalgicalmente teocratico del regime di un Dalai Lama, cui è del tutto sconosciuta la più alta conquista dell’Occidente moderno, la separazione tra potere temporale e spirituale. In compenso «le riforme e la rivoluzione [attuate dalla Cina] hanno significato per le masse popolari tibetane un accesso a diritti umani prima del tutto sconosciuti, un aumento assai consistente del tenore di vita e un prolungamento sensibile della durata media della vita».
Insomma, il Tibet sarebbe ad un bivio nella «lotta tra progresso e reazione», tra «lo sforzo per uscire dall’arretratezza e dalla miseria» prodigato dall’attuale governo cinese e le spinte reazionarie di «gruppi “fondamentalisti su un piano spirituale e conservatori su quello sociale”», i quali «rimpiangono feudalesimo e servaggio» e auspicherebbero il ritorno del regime teocratico del Dalai Lama, tutt’altro che “povero, ma bello”: ricco, in quanto «esponente di una casta sfruttatrice e super-alimentato di dollari già dagli anni ‘50; brutto, per il fatto che avrebbe voluto continuare a condannare ad un’orribile condizione di degradazione i servi dell’aristocrazia e teocrazia tibetana».
In realtà tutto il pezzo di Losurdo meriterebbe attenta lettura e minuziosi commenti, anche per un uso ideologico del linguaggio che, francamente, pensavamo ormai logorato. I pochi scampoli che ho voluto citare mostrano ampiamente la trivialità dell’argomentazione e la totale mancanza di ogni sia pur minima capacità di comprendere persino il senso delle differenze culturali più elementari. Persino uno studente con un solo esame di antropologia culturale saprebbe cogliere le ragioni, insieme ecologiche, sanitarie e spirituali (l’impermanenza), che consigliano la tradizione dell’esposizione dei morti agli avvoltoi, così come ovviamente è a dir poco sorprendente e sbrigativo estrapolare un concetto tutto occidentale come quello di ‘teocrazia’ e applicarlo alla tradizione tibetana e buddista, alla quale non è immediatamente trasferibile l’idea del dio monoteistico (ebraico-cristiano-musulmano), né quella del politeismo (greco). Stesso discorso vale per la concezione di ‘crazia’ (parola greca, non tibetana), una visione del “potere” plausibile solo all’interno del pensiero occidentale.
È d’altra parte quasi caricaturale affermare che, a parte i transitori eccessi della rivoluzione culturale maoista, in fondo il regime cinese abbia dato un contributo decisivo alla modernizzazione del paese e, addirittura, all’affermazione dei diritti dell’uomo (sic!), dando uno scossone decisivo a quella che Vattimo non ha esitato a chiamare una «teocrazia di monaci nullafacenti» e parassiti.
Ma di quale Cina Losurdo e Vattimo parlano? Quella che è sotto i nostri occhi, per nulla accecati dalla propaganda filo-amaricana, nei confronti della quale non subiamo alcun fascino, è un paese in cui il tradizionale dispotismo asiatico ha assunto il volto più oppressivo e totalitario del comunismo, ridotto ormai, dopo i furori del maoismo, a mera retorica di un regime che ha saputo, non senza il ricorso a forme di feroce e sanguinaria repressione (Tien an’men) pervenire ad un “capitalismo dispotico” quanto selvaggio, favorendo forme di sfruttamento e di oppressione operaia da prima rivoluzione industriale. Quanto ai diritti dell’uomo che la Cina avrebbe esportato nel feudale Tibet, non si può non rimane stupefatti di come si arrivi a ignorare l’oppressione totalitaria esercitata sulle masse cinesi, attraverso la negazione delle più elementari forme di diritti civili, a partire dalla libertà di espressione, e con un violento ricorso a forme di pianificazione e dirigismo biopolitici, non solo riguardo alla natalità.
Eppure, evidentemente, meglio difendere questa Cina, percorsa dall’ansia della modernità e dello “sviluppo” a tappe forzate (con il corredo dei disastri ambientali che in un territorio così vasto assumono ovviamente portata gigantesca), che il Tibet, un paese nostalgicamente teocratico di monaci “inoperosi” e fannulloni, che ne avrebbero impedito la crescita, condannandolo ad un eterno feudalesimo o, nel migliore dei casi, allo sfruttamento turistico e il cui capo religioso sarebbe oggettivamente e forse anche soggettivamente una marionetta dell’imperialismo americano. Meglio stare dalla parte di chi, comunque, si attiene ad una visione materialistica della vita e crede fermamente nel progresso e nello sviluppo – questi capisaldi indiscutibili dell’ideologia modernista occidentale – pur senza condividerne le conquiste sul piano dei diritti civili e sociali, piuttosto che riconoscere legittimità ad una rivolta che pretende di essere politica, senza per questo rinnegare i presupposti che le provengono dal proprio patrimonio culturale, improntato alla spiritualità del buddismo.
Che dire? L’unica amara riflessione che mi viene da fare è constatare quanta strada sia ancora necessario compiere, all’interno di una cultura “di sinistra”, per sbarazzarsi definitivamente dei propri paraocchi ideologici, per comprendere quanto sia ridicolo definire teocratico uno stato di monaci buddisti (altra cosa rispetto alle attuali nostalgie teocratiche della Chiesa cattolica di casa nostra), quanto ottusa ed etnocentrica la chiusura nei confronti di altre culture, il cui cammino non è detto affatto debba scimmiottare e ricalcare il nostro. Guardare con disprezzo la spiritualità e la combattività di un monachesimo come quello buddista, che abbiamo visto sfilare e protestare pacificamente per le strade della Birmania (anche questi monaci erano agenti della Cia sotto mentite spoglie?), signica non cogliere che le vie per la costruzione di un mondo più ricco di pace e giustizia sono molte e differenti tra loro, che la ricerca spirituale può essere una preziosa risorsa e non solo “oppio per i popoli”, che il desiderio di “realizzare” se stessi travalica di molto gli angusti binari di un progetto di emancipazione sociale ed economica.
Che tutto questo avvenga, per di più, prendendo le difese di un regime come quello cinese non fa che rendere ancora meno giustificabili e credibili le accuse mosse contro il Dalai Lama e i suoi seguaci.
Se la critica più che condivisibile all’imperialismo americano deve necessariamente passare per le forche caudine di un appoggio incondizionato alla Cina e alla sua politica nazionale e internazionale, sinceramente credo sarebbe una regressione a dir poco inquietante, ancora più spaventosa di quella che ha costretto tanto comunismo europeo a non rompere se non fuori tempo massimo con Mosca. Per fortuna, almeno sotto questo aspetto, le cose, rispetto ad allora, sono molto cambiate in Europa, come nel resto del mondo, e di fronte alla statura umana e spirituale del Dalai Lama, queste isolate voci di dissenso – nonostante l’autorevolezza intellettuale di chi le pronuncia – vanno abbandonate al loro delirio.
Prof. come sempre chiara e precisa in ogni passaggio!!! Complimenti
P.s. Losurdo delira, Berlusconi comanda!!
Mi piace il tuo nick… dovremmo imparare a chiedercelo sempre quanto resta della notte…
Grazie del commento.
Egr. Prof. Resta, da sinologo posso affermare che a proposito dei recenti tumulti in Tibet un’informazione parziale e molto ottusa è stata prodotta in grande quantità da tutti i principali mass media occidentali. La realtà dell’appartenenza al Tibet alla Cina, così come la natura del potere teocratico (le ricordo che il Dalai Lama è anche il capo di uno stato monarchico, autoproclamato e non riconosciuto da alcun governo occidentale, oltre che il supremo leader religioso buddhista) sono assai più complessi di quanto non sembri dal suo articolo. La mia posizione personale è di netta condanna per tutte le atrocità e abusi commessi dal regime cinese, ma non solo quelle sui tibetani — anche quelle sugli uiguri (di cui non si parla poichè, essendo musulmani, non vanno di moda) e soprattutto sui CINESI HAN! Quanto alle simpatie politiche da lei espresse nell’articolo, non commento perchè non mi sembrano pertinenti al tema in oggetto.
Cara Resta,
su Losurdo sono d’ accordo su un fatto. Purtroppo ha un cognome che ricorda un film di Toto’.
Scusa la mia licenza, ma nn sopporto piu’ questi “filosofi” che parlano di tutto e sanno pochissimo . Forse perche’ vengo dal tirocinio ascetico di Colletti e Popper ( che avevano limiti oggi chiarissimi), i quali scrivevano solo l’ essenziale e mai detto prima, saltando tutto l’ enorme resto.
Nn condivido affatto la tua critica di vetero-ideologismo mossa a Losurdo (il cui orologio, questo e’ vero si e’ rotto durante la guerra fredda) e al suo linguaggio. Perche’ il tuo linguaggio e’ ideologissimo, anche se nn sembri esserne consapevole.
Oggi viviamo in una melassa soffocante in cui ogni progetto teso al futuro che idei piu’ felicita’, piu’ liberta,, piu’ eguaglianza per il genere umano e’ bollato di ideologismo. E le potenti guardie pretoriane dell’ ordine mondiale unico, nonche’ poliziotti della mente, hanno sanzionato la fine dell’ ” ideologia”, nn per le motivazioni avanzate dalle anime belle dei libri neri del comunismo: nn tornare mai piu’ agli orrori delle utopie concentrazionarie! ma per un disegno chiaro fin dall’ inizio. Battere ogni: progetto di futuro basato sul rovesciamento dell’ ordine vincente. Un mondo orwelliano.
Che nn si tratti di filantropia, ma prevaricazione e’ chiaro dagli innumerevoli guerre e stermini , a partire dalla provoczione vaticana e tedesca nei balcani degli anni ‘90, all’ invasione nn provocata dell’ Iraq, alle innumerevoli guerre un centinaio correnti in tutto il mondo, all’ individuazione del satana islamico, alla ripresa del razzismo, all nazionalismo etnico e tribale, aii flussi globali di emigrazione, alla virulenta ripresa del fondamentalismo religioso medievale, alla repressione della donna nella maggior parte dei paesi (addio alla Meta’ del Cielo di maoista memoria.). Un panorama terrificante e a dominazione unica, che fa’ correre il pensiero agli anni del confronto tra i due campi, come un tempo di sicurezza relativa e di speranze di progresso .
Quanto al linguaggio ha ragione- mi spiace ammetterlo- uno dei ” vincitori” nella sua brutale franchezza , Giuliano Ferrara, quando afferma che nessun giornalista e’ mai imparziale: quindi ben venga se dichiara subito la propria faziosita’ e il colore di questa.
Cosi’ io preferisco il linguaggio d’ altri tempi di Losurdo, almeno capisco subito, alla palinodia soporifera di chi le idee chiare ce l’ ha e mi vuole fregare, ma mi manipola.
Quanto al Tibet ti riporto un pezzetto di quanto ho scritto sul sito di Edoarda Masi e all’ Unita’:
1. Si puo’sospettare che ci sia una coincidenza tra “rivolta” tibetana e Olimpiadi. In funzione di una enorme amplificazione dei fatti, dovuti ai riflettori del mondo puntati sulla area cinese?
2. Si sa che c’e’una memoria della Cia che prevede una politica da dispiegare oggi e nel futuro per contenimento della Tigre cinese e del suo turbo-capitalismo? Da un lato la Cina fornisce un indispensabile ampiezza di mercato , e un’importante conferma ideologica della superiorita’del liberismo. Dall’altro, proprio questo determina una cosi ampio incremento di reddito tra le nuove classi agiate della RPC, che giocoforza deprime le economie occidentali per l’aumento sistematico dei prezzi beni anelastici (fonti di energia non sostituibili), e le sue conseguenze. Si creano cosi’varie politiche di provocazione atte a tenere sotto schiaffo il governo di Pechino.
3.Poi parlavo della estrema articolazione della protesta. Non si vedono ampie masse , ma centinaia di saccheggiatori delle proprieta’Han. Le “ampie masse “in generale vivono la mediocre vita di tutte le popolazione del mondo ravvivata da un non mal distribuito nuovo benessere(secondo gli standard occidentali), e sono , come riportanto le poche crew cinematografiche indipendenti ( americane) restie al dibattito politico attivo- per diffidenza verso i due contendenti, all’uno non perdonano l ‘aver ‘importato” la liberazione, e mantenuta spesso con maniere ruvide; all’altro sicuramente l’antica schiavitu’, che non vogliono torni mai piu’.
4. Uno spiraglio di verita’per ragionare con le nostre teste su quella vicenda e storia, ci viene da una fonte lontana e insospettabile: Bertrand Russel. Nel 1930 egli scriveva nel noto pamphlet “Perche’non sono cristiano” ,Routledge Classic,UK,2005,pg.21):“Cio’che e’vero per la cristianita’e’vero per il buddhismo. Il Buddha era amabile e illuminato; nel suo letto di morte egli rideva di quei suoi discepoli che lo supponevano immortale. Ma il clero buddhista, come esiste per esempio in Tibet- e’stato oscurantista, tirannivo e crudele nel grado piu’alto”.
Il dominio dei Lama-un clero sincretico che interpreta in un modo stupefacente l’insegnamento del Risvegliato, risale al 16 Secolo e ha sempre avuto la legittimazione cinese.
Questa legittimazione e’stata poi respinta dalla casta clericale , come una indebita interferenza quando e’apparso chiaro che il corso di Mao era diverso dagli altri, perche’oltre all’ombra lunga di Pechino proiettava la rivoluzione nelle proprieta’, nelle gerarchie, nella cultura.
5. Allora chiedevo se i lettori e consumatori di immagini occidentali , assetati di mal riposta spiritualita’, sapessero come fosse organizzata’la societa’dormiente di Lhasa , prima dell’arrivo dell’ALP.
Cos’era il Dio-Re, lo sposalizio tra potere politico e teologico, aborrito dalle potenze occidentali nei califfati islamici. Cos’erano le corvee’per i poveri (il 90%), le imposte sulla poverta’, la servitu’degli adolescenti nei monasteri- a partire da quella sessuale (il tantrismo tibetano e’una delle forme piu’raffinate di sopraffazione sessista dei piu’deboli) in sostituzione del servizio militare, le punizioni fisiche e le amputazioni, l’ignoranza, la mancanza di igene, la vita media a 36 anni, le superstizioni, la soppressione delle scuole straniere dove si insegnava la scienza.
Insomma la crudelta’ nel grado piu’alto di cui parla Russel.
Un paese che dorme sotto l’ipnosi dell’oppio dei popoli.
Con la Rivoluzione di Mao cambia tutto, e le classi disagiate sono spesso in prima fila nella azione di ripartizione delle terre dei latifondi monasteriali e dei ruoli. Se il governatore da Pechino ha il pugno di ferro e spesso opera come un nuovo zar, la rivoluzione culturale vede ancora i figli delle classi ex subalterne in prima fila nel rovesciamento delle burocrazie e delle superstizioni. E’un periodo breve.
Arrivo rapidamente alla conclusione e ai giorni nostri. Pieno di contraddizioni e pur col timore di essere cancellato come entita’autonoma culturale , il popolo tibetano gode oggi di diritti e benessere inimmaginabili all’epoca dei Lama-Imperatori. Scuola, Sanita’, prospettive di lavoro e livello dei consumi, non sono secondi alla media delle altre province cinesi.
Il controllo di Pechino e’abbastanza elastico e il Congresso Permanente delle Nazionalita’ e’un organo centrale di rappresentanza serio dei popoli della Cina( 60 nazionalita’-realta’multietnica) , non una messa in scena. La Cina moderna e’ il prodotto della emancipazione lunga di una nazione dalle umiliazioni coloniali e della politica delle cannoniere . La sua ragione di essere sta in questa gelosa difesa della propria integrita’-un nervo ancora scoperto per la totalita’della popolazione. Tutti sanno che se cede il Tibet, partono le altre minoranze, gli Iuguri, i mongoli, i musulmani cinesi, con un orrore disintregativo, che potrebbe piacere ai parecchi stranamori delle cancellerie dell’ovest, ma che rinnoverebbe su scala planetaria gli orrori delle pulizie etniche infra-jugoslave, dell’Afghanistan,dei popoli ex-sovietici, del Kossovo e della Serbia bombardata. Una prospettiva da scacciare per chi ha un po’di compassione per il genere umano. Percio’non mi faccio incantare dalle sirene occidentali; ne’ dal Dalai, che nella sua autobiografia sembra un adoratore di Mao! Ne’dalle stelle del cinema reaganiano, ne’dai Pannella di tutto il mondo che poco sanno, ma chiasso tanto fanno.
giorgio riparbelli.