da Sergio Sinigaglia, CANTIERE “ALTRE MARCHE”
Premessa: Il territorio è stato per lungo tempo considerato come lo spazio in cui si esplica l’agire ed il dominio dell’uomo. Deposito di risorse a nostra disposizione ed infinitamente utilizzabile.
Il suolo è stato suddiviso in proprietà e classificato in base alla rendita derivante dalle attività primarie che si potevano svolgere su di esso.
Con l’avvento dell’economia di mercato, il suolo ha assunto nuovo valore come bene immobiliare ed ha moltiplicato la sua rendita in funzione della edificabilità. Per regolamentare l’usufrutto di tali rendite e governare gli interessi concorrenziali sullo sfruttamento dei suoli in favore della disponibilità di spazi pubblici è nata la disciplina urbanistica.
Sotto la spinta della crescita demografica e delle speculazioni derivanti dalla possibilità di trasformare, attraverso l’urbanistica, la destinazione d’uso delle aree, abbiamo assistito negli ultimi decenni alle de-composizione del territorio, alla perdita di riconoscibilità degli elementi costitutivi, delle interrelazioni e della stessa identità dei luoghi.
E’ ormai scomparsa una chiara distinzione tra città e campagna. Grazie alla tecnica abbiamo ritenuto di poter superare i legami di necessità tra le forme del costruito e le forme della terra. Abbiamo così alterato profondamente le gerarchie insediative, le antiche regole costruttive del paesaggio, senza introdurne di nuove.
Il paesaggio, manifestazione essenziale di quel territorio antico che definiamo “il territorio della necessità”, viene aggredito dal non-paesaggio, immagine standardizzata di una periferia omologa, manifestazione essenziale del “territorio dello sviluppo”, dove anche i luoghi vengono soppiantati dai non-luoghi (1).
Recuperare una visione unitaria del territorio. E’ questa la speranza che ci deve muovere se vogliamo evitare che tutto vada distrutto.
Dobbiamo tornare a pensare il territorio come un’opera d’arte. Un’architettura della terra (2), dove ogni nostro gesto sia manifestazione di una Sunesis, di una comprensione intima, e di una compassione, della terra.
Oggi ricerchiamo la sola funzionalità ma alla fine non riusciamo ad ottenere neanche quella, perché l’utilità di una cosa dipende anche dalla sua stabilità e dalla sua bellezza.
Per questo il territorio non va considerato come cumulo di risorse ed è un passo avanti troppo debole assicurarsi soltanto la riproducibilità delle risorse, come vuole il concetto di sviluppo
Il valore del territorio è il valore stesso della comunità che lo abita.
Contrapponiamo al termine sviluppo quello di sostenibilità per determinare la bontà di una scelta.
Contrapponiamo al termine sviluppo, come liberazione dai legami col contesto, quello di limite come riconoscimento e rispetto di quegli stessi legami.
- (1) dalla definizione data da Marc Augè
- (2) dalla definizione data da Amos Masè
Principi generali
1 – Il territorio è un bene comune. Qualunque politica territoriale deve avere origine e fine nell’esclusivo interesse della collettività, secondo modalità coerenti con i caratteri fisici, morfologici, biologici, storico-culturali e paesaggistici propri del territorio considerato.
2 – Le strategie e le scelte delle amministrazioni locali in materia di politiche territoriali devono vedere il completo coinvolgimento delle comunità locali. Qualunque decisione in materia deve essere il risultato condiviso di una discussione aperta a tutti i i cittadini, ai quali va assicurata la possibilità di esprimere la propria opinione in sede di progetto, individuando la migliore tra le possibili situazioni, che privilegi il rispetto del territorio, dell’ambiente e della salute di tutti.
3 – Il territorio è un’opera d’arte. La sua architettura è il risultato di un processo storico di adattamento alla morfologia originaria da parte delle diverse culture umane che lo hanno abitato. Questo processo ha definito l’identità del luogo. Ogni intervento nel territorio deve comporsi nella sua architettura e riconoscerne l’identità.
4 – Il paesaggio è l’immagine del territorio. Il paesaggio è espressione autentica e vivida di un’idea di territorio, di una cultura. Pertanto non ha senso museificare un ideale paesaggio rurale per salvarlo dall’avanzare del paesaggio della periferizzazione urbana. Occorre affermare l’idea del territorio come opera d’arte perché il paesaggio ritorni ad essere immagine di bellezza.
5 – Il territorio – in particolare quello delle Marche – ha storicamente saputo coniugare lo spazio urbano e lo spazio rurale in un sistema insediativo diffuso dove i “vuoti” hanno il medesimo carattere strutturale dei “pieni”. Occorre porre dei limiti alle espansioni urbane in modo da salvaguardare gli spazi aperti che permettono di conservare l’organizzazione insediativa e l’identità dei diversi luoghi. Occorre dare “forma” ai luoghi di produzione in modo da renderli elementi definiti, capaci di porsi in relazione con le altre componenti del territorio. Ogni costruzione ha valore in sé, ma anche in quanto partecipe di una costruzione più grande, composta dalla città e il territorio.
6 – Il territorio è fatto di edifici, di strade, ma anche di colline e montagne, di boschi, di fiumi e di mare. Il territorio è soprattutto fatto di ciò che non è costruito. L’agricoltura è lo sfondo essenziale, costitutivo del territorio e del paesaggio delle Marche. Occorre qualificare l’agricoltura per riportarla alla base di ogni discorso sul territorio, promuovendo una economia basata sulla cooperazione tra le persone, sull’autoproduzione e l’autoconsumo. Gli spazi naturalistici, dove il suolo non è sfruttato a fini produttivi, garantiscono la tenuta bio-ecologica del sistema. Sono la linfa vitale di un territorio. Occorre favorire l’estensione e la connessione delle aree naturalistiche, attraverso il rinnovamento delle modalità di coltivazione dei suoli agrari, attraverso l’istituzione di nuove aree protette, attraverso l’estensione degli spazi verdi inseriti nelle aree urbanizzate.
7 – Le infrastrutture viarie sono spesso elementi che si sovrappongono ad un territorio. Mere connessioni virtuali di due punti, quelli della partenza e dell’arrivo. Le infrastrutture della mobilità sono al contrario elementi costitutivi dell’architettura di un territorio ed attraverso di esse definiamo in che modo noi stessi ci rapportiamo allo spazio che abitiamo. Per questo va favorita una mobilità basata sul trasporto pubblico rispetto a quello privato (bus, metropolitane di superficie, treni locali) e va incentivato l’uso della bicicletta incrementando la diffusione dei percorsi ciclabili. Per questo va utilizzata prioritariamente la ferrovia per il trasporto delle merci.
8 – Ogni intervento volto a modificare il territorio comporta un dispendio di energia. Ecco allora che occorre meditare bene l’opportunità di ogni gesto, in termini di necessità effettiva e di reale beneficio finale per la collettività. E’ preferibile utilizzare bene ciò che si ha a disposizione prima di pensare di occupare nuovo territorio. E’ meglio ristrutturare che ampliare ed è auspicabile, ove possibile, decostruire, là dove il limite è già stato superato.
9 – Il territorio non è un qualcosa di astratto da disegnare sulle carte, ma una realtà con una propria identità, seppur in divenire. Per questo ispirarsi al bioregionalismo significa tenere presenti le caratteristiche reali di un dato contesto territoriale: le vallate, i fiumi, le tradizioni degli abitanti, il tipo di flora, di fauna, ecc. Si tratta di riconoscere che i luoghi dove viviamo hanno una loro geografia e una loro storia. Capirlo ci può consentire di creare un rapporto armonioso con l’habitat naturale e favorire buone pratiche sociali, economiche, culturali. Impedire politiche territoriali schizofreniche, dove nel giro di pochi chilometri possano convivere scelte virtuose con logiche cementificatrici e distruttive per l’ambiente e gli esseri viventi.